IL CIBO DI POLINICE

Esorcizzare la paura della morte

 

L’Antigone è una tragedia di Sofocle messa in scena per la prima volta ad Atene nel 442 a.C., nonché la cosa più bella che abbia mai letto. Si inserisce nel filone delle vicende della stirpe dei Labdacidi: dopo la morte del padre/fratello Edipo, il giovane Eteocle esilia il maggiore Polinice e questo gli dichiara battaglia, che si trasforma in guerra civile. Morti entrambi, il nuovo re Creonte (fratello della madre) decide di seppellire il primo e lasciare ai cani e alle intemperie il cadavere del secondo, a causa del suo tradimento nei confronti della città. La tragedia si apre qui, quando la loro sorella Antigone si rifiuta di seguire l’editto e dona comunque degna sepoltura a Polinice, accettando la condanna a morte che ne conseguirà. Perché? Antigone ribadirà con forza più volte che lei non può non seguire la φύσις (physis), la legge della natura, più assoluta e antica di quella degli uomini. Il suo gesto è necessario e inderogabile, prima che pietosamente umano.

La morte riguarda più i vivi che i morti.

Inginocchiata di fronte al corpo dilaniato, la sorella lo cosparge di polvere raccolta da terra, singhiozzando:

… Piangeva; il suono acuto desolato di un uccello che vede il nido spoglio dei suoi piccoli. Così anche lei, quando vide il corpo scoperto, ruppe in pianto e in maledizioni terribili contro gli autori del fatto. Subito porta con le sue mani altra polvere, e onora il morto con triplice offerta di libagioni, versate da una brocca di bronzo.
[Sofocle, Antigone, vv. 422-25, trad. G. Paduano]

È un gesto amorevole, come quello di una madre che nutre il proprio figlio (Antigone è paragonata ad un uccello che perde i suoi piccoli). Tramite questa azione, la sorella alimenta il corpo del defunto con l’unico cibo che oramai gli spetta, la terra. La sepoltura è un atto di nutrizione. Dà al morto quello che è suo e ciò che a sua volta diverrà per gli altri, in un cerchio eterno.

Il cibo è materia. Farne filosofia può essere insidioso, perché si tende ad astrarre questa corporeità per arrivare ad un sapere assoluto, che vuole avere valore di per sé; svincolarsi dall’idea di fine e divenire pura esperienza di conoscenza. La filosofia nasce quando per la prima volta si ricerca un sapere assoluto, guidati dal bisogno di preservare l’uomo dall’oblio del nulla. L’alimentazione, invece, ci ricorda costantemente che siamo servi della materia, assoggettati al decadimento. La culinaria, quanto più si vuole nobile, tanto più rischia di cadere nel vuoto, di nascondere la vera molla che ci muove: la fame. Ci è necessario, quindi, accettare il fatto che il cibo non è perfetto: innervato di tempo, il suo destino è quello di corrompersi, alterarsi, guastarsi. Per paura di essere contaminati da tale energia distruttiva, ne parliamo per rappresentazioni e simboli, cercando di renderla incorruttibile tramite l’oggettività.

Eppure, a pensarci bene, la fame è voracità di morte. Il soddisfacimento di un desiderio coincide con il suo annullamento, in un gioco di paradossi irrisolvibile. Provare piacere è smettere di sentire l’urgenza che fino a prima animava i nostri sensi, in un’ambizione di sospensione e abbandono, di toglimento da sé.

Come vivere, quindi, il nostro rapporto col cibo? Da queste premesse pare non possa che derivare una conclusione cupa e avvilita. Invece, penso che a maggior ragione dovremmo provare a godere della nostra vita con pienezza e gratitudine, liberi dalla paura della morte e di ciò che ci attende. In fondo, come disse Socrate quando udì la sua condanna a morte, «Ma vedo che è tempo ormai di andar via, io a morire, voi a vivere. Chi di noi avrà sorte migliore, nascosto è a ognuno.»

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