LE PAROLE DEL VINO

Fili rossi nella semantica enologica della Grecia antica.

 

[Glossario a fine articolo]

Non esiste, forse, alcuna dimensione in cui il vino sia stato un elemento così imprescindibile e pregnante come quella della cultura greca delle origini; ciò che propongo di seguito è un breve excursus attraverso l’universo linguistico che circonda e definisce questa sacra bevanda, in una costellazione di significati simbolici che fondano la sua identità religiosa, letteraria e artistica.

La parola οίνος nasce dal greco del periodo Miceneo ϝοῖνος, [woînos] (traslitterato dall’originale wo – no in Lineare B) e l’ipotesi più accreditata sostiene che la radice provenga da una lingua sconosciuta della regione del Caucaso meridionale, da dove sembra aver avuto origine la vite.

Nell’eziologia del mito greco il vino fa ingresso nel mondo umano generandosi dal sangue misto ad ambrosia del morente Ampelos, primo fanciullesco amore di Dioniso: una genesi peculiare, che lo lega indissolubilmente all’idea del sacrificio, del dono divino, dell’associazione alla vita che sgorga e che è rossa, pulsante, violenta. Essendo quindi considerato il sangue della terra, ricettacolo di potenze magiche e ancestrali, verrà spesso offerto in libagione agli dèi come prezioso sostituto del sangue della vittima sacrificale, sede e corrispettivo dell’anima.

Non si può parlare di vino nella Grecia antica senza nominare il suo portatore e rappresentante, Dioniso. Tiresia, l’indovino più famoso del suo tempo, descrive così nelle Baccanti la grandezza di questo nuovo dio:

Due princìpi […] sono fondamentali per gli uomini. Prima c’è la dea Demetra cioè la terra, puoi chiamarla in tutti e due i modi: essa ci nutre con l’elemento secco ovvero con i cereali. Poi è venuto il figlio di Semele con l’elemento opposto: lui ha inventato l’umido, il succo estratto dai grappoli, e l’ha diffuso tra gli uomini. Il vino, quando scorre in abbondanza, libera dal dolore, dona il sonno e fa dimenticare i mali di ogni giorno
[Baccanti, vv. 274-283, trad. D. Susanetti]

 

È il dio della follia, della μανία: penetrando nel cuore degli uomini porta al delirio, libera la mente dalla prigione delle convenzioni, dà la capacità di predire il futuro. Dioniso giunge nel mondo terreno già come doppio, εἴδωλον e reale allo stesso tempo: alla sua nascita, infatti, il genitore Zeus prese un pezzo dell’aria che circondava la terra e ne fece un fantasma a sua immagine, consegnandolo ad Era furiosa per questo figlio avuto con un’altra donna (un ὅμηρος, ostaggio, che col passare del tempo la tradizione equivocò in μηρός, coscia, generando la leggenda sulla sua nascita). Nell’universo ellenico esistono sempre due Dionisi, due identità inscindibili tra loro: uno reale e uno posticcio, uno efebico e uno antico come il mondo, uno maschile e uno androgino, uno immortale e uno fatto a brani, uno domestico e uno straniero. Egli è costitutivamente endiadi, due in uno.

Ciò che traspare dalla letteratura greca è, quindi, un’idea di vino come μεταξύ tra piano corporeo e piano psichico, e proprio per questo – come l’essere umano – pare continuamente ricercare una dimensione precipua che per sua natura non può avere. È un medium che permette di valicare i recinti dell’umano e intuire qualcosa che va oltre, dalla vastità del non-finito fino alle profondità del nostro essere. Per Platone è φάρμακον come Eros e come la filosofia, veleno e medicina allo stesso tempo, perché ci spinge a rapportarci con il nostro limite. Il vino genera ubriachezza, e questa a sua volta esprime mancanza e tensione, un conatus conoscitivo che cerca delle risposte: è la condizione degli amanti, dei poeti e degli ebbri comunemente rapiti da una commozione intensa dell’animo (che in greco si definiva ἐνϑουσιασμός, presenza del dio dentro di sé). Il vino, al pari di tutte le cose che stanno nel mezzo, assume quindi lo statuto e la dignità di «miracolo» e «cosa meravigliosa» quanto l’uomo osannato da Pico della Mirandola.

Molti sono i prodigi
e nulla è più prodigioso
dell’uomo
[Sofocle, Antigone, vv. 332-33, trad. F. Ferrari]

Uno dei passi più incisivi e profondi che siano mai stati scritti è contenuto nell’Antigone di Sofocle: «πολλά τα δεινά κουδέν ανθρώπου δεινότερον πέλει» canta il coro in lingua oiginale.  Alla fine di questo breve percorso mi piace pensare che anche questa ambigua bevanda fosse annoverata tra le τα δεινά (cose meravigliose e allo stesso tempo terribili”), tradotte poveramente in italiano con “prodigi”. I nostri cugini tedeschi sono più fortunati: Hölderlin propone “Ungeheure”, ovvero “ciò che è mostruoso per il suo carattere straordinario e immenso”.

Il vino, infatti, proprio per questo suo dono di mostrarci noi stessi, può rivelarsi arma pericolosa e distruttiva che ci priva di ogni autocontrollo: i figli di Noè, spaventati dal comportamento invasato del padre (primo uomo ubriaco) ne coprono le nudità nascondendo metaforicamente l’ἀλήθεια che viene rifuggita ancora una volta, in attesa di un nuovo iniziato che con pazienza saprà scoprirne il velo.

 

GLOSSARIO

οίνος [òinos] = vino

μανία [manìa] = furia, follia estatica

εἴδωλον [èidolon] = simulacro, doppio, fantasma

ὅμηρος [hòmeros] = ostaggio

μηρός [mèros] = coscia

μεταξύ [metaxù] = intermedio, tra-due, nel mezzo

φάρμακον [phàrmakon] = medicina o pianta curativa, veleno, droga

ἐνϑουσιασμός [enthusiasmòs] = esaltazione, eccitazione fisica e/o psichica dovuta alla presenza di un dio in sé, ispirazione

πολλά τα δεινά κουδέν ανθρώπου δεινότερον πέλει [pollà tà deinà k’ouden anthrōpou deinòteron pèlei] = “molti sono i prodigi e nulla è più prodigioso dell’uomo” (trad. di F. Ferrari in Tragedie, Bur Rizzoli)

ἀλήθεια [alètheia] = verità, dischiudimento, svelamento, rivelazione

 

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