SACRIFICARE IL CIBO

Homo necans homo sapiens

 

La pratica del sacrificio è antica quanto la storia dell’umanità. È una regola culturale e simbolica adottata da tutte le civiltà sopravvissute, ed è strettamente connessa all’alimentazione. Allo stesso modo, infatti, il rapporto con il cibo in quanto pasto è frutto di un accordo sociale che smette di essere qualcosa di già dato o naturale. A cosa servono i simboli? Attraverso il simbolo l’uomo può distaccarsi dalla cosa materiale ed elaborarla come entità astratta, riproducendola infinite volte (così funziona il linguaggio).

Il sacrifico è un momento di espiazione; il primitivo, infatti, sente una forte colpa nei confronti del cosmo, perché ne ha alterato lo stato originario sottraendo animali alla vita nell’atto della caccia. Le prime pitture rupestri che raffigurano bestie hanno la funzione di tenerne il conto e mostrarlo alla divinità (ad onor del vero, va detto che il concetto di divinità o entità sovrannaturale inizia a formarsi assai più in là nella mente dell’uomo; la parola utilizzata intende riassumere un’idea di “totale” o “mondo esistente” ancora molto rozza). Quello che pare essere sicuro – e sia Freud che Heidegger concordano – è che vi è da sempre nell’individuo una profonda angoscia esistenziale per cui cerca di rendersi colpevole di qualcosa di specifico, trasferendo la sensazione costante in un atto determinato, forse al fine di “addomesticare” il proprio lato inconscio.

Certo, tale tentativo di redenzione pare avere il risultato di produrre una nuova colpa (l’uccisione) da cui si dovrà nuovamente riscattare, in un circolo vizioso. Invece, la vittima gioca un ruolo fondamentale negli equilibri del rito, perché ha il potere di discolpare il suo sacrificante. Due erano le vie con cui si risolveva il problema del delitto sacro: colpevolizzare l’animale (ad esempio, perché aveva brucato delle primizie sacre ed era quindi marchiato come reo) oppure richiederne il consenso e, in tal modo, elevarlo ad una dimensione separata da quella terrena. Il prescelto del rito, animale o persona, era una creatura resa pura e perfetta tramite segni o procedure, un essere a metà tra umano e divino. Attraverso di lui il mondo delle cose veniva reso sacro (sacer, separato) e l’essere supremo a cui era destinato l’atto era momentaneamente desacralizzato, perché ucciso (tramite il suo rappresentante offerto). Così, i due mondi si univano per un breve ma necessario periodo di tempo, e tutto tornava com’era prima.

Il sacrificio è l’atto fondativo di una comunità.

Ma come uscire da questo stadio di barbarie? La tragedia greca è uno dei primi passi di un’evoluzione di mentalità: fungendo da “camera di compensazione” simbolica, la rappresentazione teatrale è un momento di verifica con sé stessi. Il bisogno di ritualità può rimanere nella sfera delle cose dell’uomo solo se sublimato verso qualcosa di totalmente altro da lui. Oggi abbiamo tanti idoli: il telefonino, la squadra del cuore, le griffe, le relazioni malate sono tutte cose a cui spesso sacrifichiamo tempo e soldi (il denaro, altro grande feticcio moderno) e con cui finiamo per identificarci. È importante prendere coscienza dei meccanismi in cui ci immergiamo nella vita di tutti i giorni, per dare senso alle nostre azioni. Come? Con la consapevolezza di ciò che facciamo e di come, perché. Il rischio che corriamo, altrimenti, è di sacrificare noi stessi per cose vuote, come automi.

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