VINO MAIEUTICO

Esercizi di dialogo con sé stessi e con il mondo

 

L’assaggio del vino è un momento di profonda intimità. Non è la stessa cosa sorseggiare una gazzosa o bere una bollicina: il vino è una bevanda emotiva, che ci spinge a mettere in gioco noi stessi. Per affrontarlo dobbiamo essere pronti a dare una parte di noi. La degustazione è, prima di tutto, relazione: con il vino e attraverso il vino. È un medium che ci svela il mondo chiamandoci in causa attivamente: parlandone inneschiamo il suo processo, restituendone la dinamica intrinseca. La lingua che degusta è la stessa che comunica. Prima del calcolo del sapore, della tirannia dell’immediatezza descrittiva, quindi, l’esigenza è quella di mettere a fuoco ciò a cui ci stiamo approcciando, poiché il suo valore esula da ciò che pretendiamo o ci aspettiamo di trovare. Chiediamoci anzitutto: cosa rappresenta il vino nella mia vita? Il rapporto che ne abbiamo è un incontro che avviene sempre hic et nunc, qui e ora.

L’hic et nunc è il più grande compromesso della nostra esistenza. Ogni volta che camminiamo ci stacchiamo dal suolo per poi tornarvici inesorabilmente; quando parliamo facciamo uso di una convenzione (di un modello pubblico) precedentemente comprovata. Il tempo in cui siamo immersi è un’illusione.

Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più. E tuttavia io affermo tranquillamente di sapere che se nulla passasse non ci sarebbe un passato, e se nulla avvenisse non ci sarebbe un avvenire, e se nulla esistesse non ci sarebbe un presente. Ma allora in che senso esistono due di questi tempi, il passato e il futuro, se il passato non è più e il futuro non è ancora? Quanto al presente, se fosse sempre presente e non trascorresse nel passato, non sarebbe tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per far parte del tempo, in tanto esiste in quanto trascorre nel passato, in che senso diciamo che esiste anch’esso? Se appunto la sua sola ragion d’essere è che non esisterà: in fondo è vero, come noi affermiamo, che il tempo c’è solo in quanto tende a non essere.
[Sant’Agostino, Confessioni, XI, 14-17]

Nessuna determinazione sarà mai appagante per noi. Dobbiamo riuscire a liberarci dalle condizioni pur stando nella condizionatezza. Ecco che il rapporto col vino si rivela essere un vincolo strettamente personale e momentaneo. Non ha alcun senso (se non come superficiale indirizzamento) affidarsi a impressioni altrui o a ricordi di diversi momenti di assaggio; il vino si esprime come circostanza che non si ripeterà. In quanto polemica imperfezione, è quella piccola crepa nel mondo che vi ci si insinua e rivela l’unità nascosta. E ci fa uscire dal compromesso. Nell’incontro che si fa accoglienza è importante avere rispetto e saperne cogliere l’interezza, senza aspettative; lasciamo andare a ruota la libera associazione, sentiamoci liberi di distrarci. Il vino buono, come disse Luigi Veronelli, «Comincia sempre col rifiutarsi con garbo o villania, secondo temperamento e si concede solo a chi aspira alla sua anima, oltre che al suo corpo. Apparterrà a colui che lo scoprirà con delicatezza». È imprevedibile, sfuggente; un essere relazionale che ribalta i rapporti tra soggetto e oggetto e ci obbliga ad essere attivi compartecipi (e non fruitori passivi). Tanto il produttore quanto il degustatore finale sono custodi della vita. La relazione si fa reciproca nel momento in cui l’arte maieutica appartiene sia alla bevanda in gola, che funge da levatrice spingendoci a ricercare la verità dentro di noi, sia all’uomo stesso, che faticosamente partorisce (dalla vigna alla cantina) un liquido che è vita. Che è complessità.

Il vino socratico, se potesse parlare, ricalcherebbe le parole del filosofo: «Ora, la mia arte di ostetrico, in tutto il rimanente rassomiglia a quella delle levatrici, ma ne differisce in questo, che […] provvede alle anime partorienti e non ai corpi. Ed è chiaro che da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d’averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me»
[Platone, Teeteto, 149a].

Prima di stilare spasmodicamente una classifica di sentori e profumi, prima di decretare voti numerici, diamo, dunque, al nostro bicchiere il tempo necessario per parlarci di sé (e di noi). Fare vino, così come berlo, è un atto di coraggio e di fede. Un momento in cui l’assenza del superfluo si fa custodia del necessario.

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