NEVROSI MODERNE

La necessità del rito

 

In passato il rito era tutto ciò che fosse in qualche modo momento di separazione dal quotidiano, pur nella vita di tutti i giorni: quando da bambini ci dicevano di lavarci le mani prima di metterci a tavola non era solo per una questione d’igiene, ma anche il rimasuglio di un modo di approcciarsi a qualcosa di sacro. Un momento di preparazione che dividesse l’esperienza che stava per accadere dal “normale”, dandole valore.

Ed era sempre qualcosa che avveniva in condivisione: una sorta di patto collettivo di persone di una medesima società che proprio da questo traeva la propria identità. La convivialità trasforma l’immediato (il bisogno di nutrizione) in mediazione (le posate nascono per distanziarci dal cibo), tramite regole e canoni ben stabiliti. Il pasto diviene consapevolezza culturale, in cui l’uomo non solo è ciò che mangia, ma mangia ciò che è. Nasce il confronto con l’altro e i punti di vista assoluti si incontrano dando vita alla collaborazione.

Nelle nazioni antiche la comunità veniva prima dell’individuo, a volte schiacciandolo nel nome di un bene superiore. Non si può non commuoversi di fronte all’addio di Ettore a moglie e figlioletto prima dello scontro fatale con Achille:

E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre:
ma indietro il bambino, sul petto della balia della cintura
si piegò con un grido, atterrito dall’aspetto del padre,
spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato,
che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.
Sorrise il caro padre, e la nobile madre,
e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa,
e lo posò scintillante per terra;
e poi baciò il caro figlio, lo sollevò fra le braccia,
e disse, supplicando a Zeus e agli altri numi:
“Zeus, e voi numi tutti, fate che cresca questo
mio figlio, così come io sono, distinto fra i Teucri,
così gagliardo di forze, e regni su ilio sovrano;
e un giorno dica qualcuno: “E’ molto più forte del padre!”,
quando verrà dalla lotta. Porti egli le soglie cruente
del nemico abbattuto, goda in cuore la madre!”
Dopo che disse così, mise in braccio alla sposa
il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,
sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,
l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così:
“Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!
nessuno contro il destino potrà mai gettarmi nell’Ade;
ma la Moira, ti dico, non c’è uomo che possa evitarla,
sia valoroso o vile, dal momento ch’è nato.
Su, torna a casa, e pensa all’opere tue,
telaio, e fuso; e alle ancelle comanda
di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini
tutti e io sopra tutti; quanti nacquero ad Ilio”
Parlando così, Ettore illustre riprese l’elmo
chiomato; si mosse la sposa sua verso casa,
ma voltandosi indietro, versando molte lacrime;
e quando giunse alla comoda casa
d’Ettore massacratore, trovò dentro le molte
ancelle, e ad esse tutte provocò il pianto:
piangevano Ettore ancor vivo nella sua casa,
non speravano più che indietro dalla battaglia
sarebbe tornato, sfuggendo alle mani, al furore dei Danai.
[Iliade, libro VI, 392-502]

Il principe troiano è lucidamente consapevole che andrà incontro alla morte; eppure, prende in braccio il suo neonato, lo bacia, ed esce ad affrontare il nemico. Al di là del concetto di aidòs (“vergogna” in greco; rappresentava un valore morale assai complesso fatto di onore, ruoli, funzioni e rispetto) è struggente la volontà di perpetrare alle generazioni future qualcosa di più grande di sé, addirittura più prezioso della propria vita o dell’essere padre.

 

Qualcuno dei Sai si vanta dello scudo che presso un cespuglio,
arma impeccabile, ho abbandonato non volendo;
ma ho salvato me stesso. Che mi importa quello scudo?
Vada in malora! Di nuovo ne avrò uno non peggiore

[Archiloco, Lo scudo, fr. 5 W]

 

Archiloco, poeta guerriero del VII secolo a.C., è il primo che rompe consapevolmente con la regola, abbandonando il sistema di valori della grecità del suo tempo rappresentato dallo scudo. Oggi l’individuo sovrasta la comunità. Non vi sono più riti condivisi: a casa si mangia e si beve in solitudine. La globalizzazione ha portato alla distruzione della comunità ristretta, in cui l’individuo perde la sua collettività di riferimento. La Gemeinschaft è divenuta Gesellschaft[1] e, come profetizzava Karl Marx, «ci si isola solo in società». Solo qui, nell’era contemporanea, si inizia a mangiare da soli. Si ritorna a mangiare con le mani perché il cibo non ha più un ruolo culturale e, perciò, non ci è necessario distaccarci da esso. Assistiamo al ritorno dell’immediato, della pura funzionalità biologica senza regole. Senza forme di ritualità.

Non si celebrano le feste, la domenica non è più giorno di riposo e il tempo ciclico è solo il rimasuglio di un passato contadino da lasciarsi alle spalle. L’unico momento rimastoci è quello della sigaretta: fumare è un rituale moderno fatto di gesti determinati, ripetuti, spesso in compagnia di altre persone riunite all’esterno. Ci dà la possibilità di fermarci e riappropriarci di quei pochi minuti, gli unici (tra pranzi di lavoro e frenetici spostamenti) davvero nostri della giornata. La sigaretta scandisce il tempo. Ed è questo il vero scopo della ritualità: misurare il tempo. Attraverso azioni precise e sempre uguali, l’uomo riesce a collocarsi nel mondo e sentirsi presente. In una metropoli in cui giorno e notte sono confusi, i cibi sono avvolti da strati di plastica e il movimento avviene tramite mezzi locomotori, l’individuo perde sé stesso, non sa più chi è. Il tempo urbano è il tempo delle macchine; l’iperattività, la fretta e l’isolamento ci rendono sempre più simili ai nostri computer.

Perché vogliamo assomigliare ai nostri computer?

La perdita del proprio significato porta a nevrosi, depressione, irritabilità, confusione. Dopo l’abbandono moderno della religione, il pasto era l’unico rituale che ci rimaneva per misurare la vita e confrontarci con la nostra comunità di riferimento. Per essere umani.

E allora, è importante tornare a preparare il proprio cibo con rispetto, a mangiare in compagnia, a chiacchierare a tavola; a stappare insieme bottiglie preziose, a brindare, a mettere il vestito buono per uscire a pranzo. A vivere il tempo vero delle cose del mondo.

 

 

—————————————————————————————————————————————–

[1] Sono due categorie sociologiche contrapposte. Gemeinschaft è generalmente tradotto con comunità e appartiene al campo semantico dell’unione, della comunione (da allgemein, generale); Gesellschaft significa invece società nel senso economico/commerciale del termine.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...