ONTOLOGIA DELLE PERE

La forma della pera come categoria filosofica

 

Si può fare filosofia partendo da un “semplice” frutto? Un po’ per gioco e un po’ sul serio, cercherò qui di tracciare un viaggio nel tempo e nello spazio di un alimento fondamentale per la nostra tradizione culturale. A dimostrare che sì, «siamo ciò che mangiamo», ma è altrettanto vero che mangiamo ciò che siamo.

Gli alberelli di pero domestico fanno parte dei «bei presenti» che Ulisse elenca al suo ritorno ad Itaca al padre Laerte, affinché questi lo riconosca come proprio figlio:

Io pur saprei
Le piante noverar, che mi donasti
Nell’ameno verzier, quando fanciullo
Movea dietro a’ tuoi passi, e or questa, or quella
Chiedendo ti venia. Tu di ciascuna
L’indole varia mi spiegavi e il nome,
E di tredici peri e dieci meli
Dono mi festi e di quaranta fichi;
[Odissea, XXIV, 405-412, trad. Paolo Maspero]

 Le pere, dunque (assieme agli altri frutti) fungono da prova di identità, testimoni viventi di un patto tra padre e figlio: nonostante l’aspetto mutato, Ulisse può tornare ad essere sé stesso solo perché dimostra di essere anche le pere, le mele e i fichi che il padre diede in eredità da bambino proprio a lui. La prova della sua individualità è un frutto
rotondeggiante e un po’ allungato.

«Dell’amore sappiamo poco. Con l’amore è come con una pera. La pera è dolce e ha una forma. Provate un po’ a definire la forma della pera.» scriveva il polacco Andrzej Sapkowski. E, in effetti, la forma delle pere può suscitare non poche perplessità. Se ne prende gioco Erik Satie, artista delle avanguardie del Novecento, quando intitola un trio di suite per pianoforte “Trois morceaux en forme de poire” rispondendo con ironia alla critica di Debussy sulla mancanza di forma della sua musica. La mette in discussione ancor prima Sant’Agostino, arrivando a negarne l’essenza stessa, quando nelle Confessioni ammette la colpa di aver rubato il frutto, dichiarandosi pentito perché «non era per goderne che volevo rubarlo, ma per il furto stesso, per il peccato»; la pera, quindi, passa in secondo piano diventando un non-oggetto, un ente senza forma. Riacquisterà piena importanza filosofica qualche secolo dopo nel momento in cui, ne La sacra famiglia, Karl Marx si scaglia contro la sinistra hegeliana scrivendo che «per la pera non è essenziale essere pera […] l’essenziale non sarebbe più la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che ho estratto da esse e a esse ho attribuito, l’essenza della mia rappresentazione, il frutto». In altre parole, l’errore che attribuisce all’idealismo tedesco è quello di considerare che esista un’idea teorica di “frutto” prima dei singoli elementi concreti (pere, mele, fragole, etc.). Marx sostiene, invece, che si debba innanzitutto partire dal mondo materiale per poter poi astrarre gli oggetti fisici in categorie mentali.

Ma, come per tutte le cose, anche per le pere non è importante solo la forma: c’è anche la sostanza. Che dire del gusto nettarino in relazione ad altre pietanze? Addirittura, di origine divina pare essere l’abbinamento col formaggio (come recita un vecchio proverbio francese: «Oncques Deus ne fist tel mariage comme de poire et de fromage», ovvero: «Dio non ha mai fatto un matrimonio così riuscito come quello tra la pera e il formaggio»). Un’unione così raffinata e ben riuscita da divenire il limite di demarcazione tra classi sociali.

A tal proposito, c’è quel detto che fa «Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere». Ma chi non deve far sapere? E perché?

Il formaggio è il cibo di Polifemo, il ciclope dell’Odissea non toccato dal processo di civilizzazione. L’idea (ripresa da autori successivi quando descrivono alcune popolazioni barbare con l’aggettivo hippomologòi, “consumatori di latticini”) è di uno stato di barbarie che precede quello della civiltà, una condizione primordiale in cui l’uomo non è ancora in grado di forgiare il suo destino, succube della Natura e dei prodotti che gli si danno spontaneamente. Il formaggio (pur essendo tecnicamente il prodotto di una tecnologia interamente umana) viene quindi contrapposto all’uomo che fabbrica il proprio cibo (il pane) e la propria bevanda (il vino): Polifemo non conosce lo scuro liquido degli umani e proprio per questo cade ubriaco, vittima del tranello di Ulisse.

Da qui in poi, il formaggio viene associato ad un’alimentazione povera e contadina per la sua produzione e lunga conservazione. Al contrario, la pera rappresenta l’effimero per la sua caducità e per il breve periodo in cui si può consumare; diviene presto immancabile presenza sulle tavole dei nobili, simbolo di un mondo di privilegi e ricchezza (lo dice anche l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert: «le buone pere, frutti dei benestanti»). Successivamente, nel Medioevo il formaggio viene pian piano rivalutato grazie agli ordini monastici: comunità spesso abbienti (grazie a donazioni e possedimenti) ma che professavano la “povertà spirituale”, ovvero l’umiltà, attraverso uno stile di vita frugale. In aggiunta, il modello alimentare dei monaci prevedeva la rinuncia totale al consumo di carne, e di conseguenza il formaggio (assieme a pesce e uova) tornò ad essere presente nelle loro mense. Tale processo servì da vera e propria mediazione culturale tra ceti alti e bassi, restituendo al formaggio la dignità che gli spetta. Nobili e pastori finirono, quindi, per mangiare di nuovo le stesse cose, tra le proteste dei sostenitori dell’Ancien Régime secondo cui “poiché gli uomini sono diversi, debbono mangiare in modo diverso”.

Che cosa, quindi, non si deve far sapere? Proprio il sapere di un sapore, quello che nasce dalla loro unione e non dal consumare singolarmente un pezzo di cacio o una pera.

Pare proprio che, a volte, le pere (ma solo se abbinate al formaggio) siano anche portatrici di coscienza ed emancipazione sociale.

 

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