DELL’INUTILITÀ DEL VINO

Ode alla bellezza del mondo

 

Il vino è inutile, come lo è la filosofia e come lo sono io.

E proprio per questo lo amiamo così tanto, perché ci parla di purezza e di libera bellezza. Infatti, a differenza del cibo (indispensabile fonte di sostentamento) non ha alcun valore nutritivo, nessuno scopo funzionale: il vino ci si dà sempre in una forma costitutivamente estetica.

Quindi, definirlo secondo i canoni della gastronomia è un errore: non è buono, il vino è bello. Perché non serve a niente. L’esperienza che ne facciamo è sempre in una dimensione diversa da quella strettamente biologica.

Ciò che rende bella una cosa è la sua indefinitezza. Parafrasando il Kant della Critica del Giudizio, non possiamo parlarne per concetti o spiegazioni: del bello non possiamo dire niente. Non lo conosciamo. Sul bello non esercitiamo il giudizio scientifico (determinante), ma quello che il filosofo definisce giudizio riflettente. Significa che un quadro, una musica, un vino altro non sono che specchi in cui si riflette l’incondizionatezza dell’io. Perciò non riusciamo ad esprimerci, a dare una spiegazione razionale di ciò che proviamo: per assurdo, la bellezza è l’irruzione dell’incondizionato nel condizionato e non ha nulla a che vedere con proporzioni, calcoli o misure. Non a caso, il luogo in cui ci troviamo più privi di argomentazioni, è proprio quello in cui siamo più saldi (provate a spiegare perché amate questa persona o quell’opera artistica: credo non riuscirete a trovare le parole giuste nemmeno dopo mille tentativi, perché non è mai quello il punto. Eppure, nessuno potrà mai farvi cambiare idea). Il bello non è nulla delle cose che possiamo dire, proprio perché è infinitezza che fa capolino dal finito. Ci piace per niente (“per nessun motivo”) proprio perché è un non-ente: non si può averne conoscenza.

Il vino rifugge la conoscenza.

La bontà in sé non esiste, implica sempre finalità (“è buono perché fa bene”; “è buono perché si abbina al piatto”). Il vino è bello perché la bellezza è inutile e perturbante: ci emoziona intimamente ma ci lascia allo stesso tempo inquieti, perché rimaniamo sguarniti di una spiegazione e subiamo inermi i limiti della nostra razionalità. Dunque, che il vino sia buono è secondario; quello che conta è l’esperienza che facciamo in modo assoluto, s-legato. Perché ne beviamo? A livello alimentare non porta nulla, è un gesto immotivato. Di nuovo, che facciamo per niente. Stare in piedi per minuti interi ad osservare incantati un’opera d’arte è un’azione che non ha nessun senso pratico e non è riconducibile solamente allo “star bene”. Ciò che sperimentiamo è sacro (da “sacer”, separato): il rapporto con la cosa in sé avviene sempre all’interno di un’esperienza slegata dalla quotidianità e che, quindi, è illogica, inattesa, imprevista.

C’è un dialogo platonico, il Teeteto, in cui Socrate conversa con il giovane matematico in erba. Questi ammette di provare smarrimento di fronte alla maestà dei temi filosofici: «Oh Socrate, io sono enormemente meravigliato da queste visioni e talvolta, guardandole intensamente, soffro le vertigini» [Platone, Teeteto, 155d.]

Il saggio filosofo replica che tale sensazione è proprio la meraviglia, lo stupore che lascia senza fiato. Questo atto è espresso in greco dal verbo θαυμάζειν (thaumàzein): avvertire allo stesso tempo sia la gioia della novità che l’angoscia dell’ignoto, qualcosa di talmente più grande di noi da lasciarci scossi.

«Caro amico, […] la sensazione di cui mi dici si addice particolarmente al filosofo: il meravigliarti. Non vi è altro inizio della filosofia se non questo» [Ibidem.]

Ci sono esperienze che ci emozionano e ci disorientano, suscitando in noi qualcosa che non riusciamo ad esprimere e che possiamo solamente intuire prima che ci sia già sfuggito. Ciò che proviamo è meraviglia: lo stesso, profondo stupore che provò Tommaso quando mise le dite nelle ferite del Signore. (Non a caso, Tommaso suona come thaumàzo. “Nomen omen” dicevano gli antichi).

La filosofia – che qui altro non è che la ricerca di definire questo slancio – si genera dall’incanto che ciascuno di noi prova nelle cose comuni e apparentemente più semplici. Il vino, se fronteggiato nel modo giusto, genera in noi tale sentimento come la musica, la natura, le persone. Una cosa sola è certa: a ben vedere, tutte queste cose sono inutili. E belle.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...